Informazioni e Appuntamenti

Autofinanziamento del collettivo: attivo di 229,47 €

LUNEDì 27 APRILE ore 11.00 Aula Magna della Facoltà di Lettere : Conferenza stampa promossa da LettereInMovimento con l'Ordine dei Medici ed i Professori della Facoltà di Lettere




venerdì 10 ottobre 2008

European Anomalous Wave!

Pubblichiamo di seguito il messaggio dell’European Anomalous Wave all’Onda italiana, dopo il 14 novembre e l’assemblea della Sapienza.

Siamo gli studenti e le studentesse, i ricercatori e le ricercatrici, i docenti e le docenti di Madrid, Copenhagen, Amsterdam, Berlino, Parigi, Londra, Lione, Bruxelles, Barcellona, Lisbona, Granada, Murcia, Siviglia, Valencia, Stoccarda, Istanbul, Aarhus. Siamo quegli italiani all’estero per studio o per lavoro, che non hanno saputo resistere al richiamo di un’Italia in mobilitazione da due mesi, e in poco tempo e con poche risorse hanno dato vita a presidi, cortei e azioni di ogni tipo negli ultimi giorni e particolarmente il 14 novembre. Ci siamo riunit* sotto la pioggia e sotto il sole, davanti ad ambasciate, consolati ed istituti di cultura, abbiamo scritto volantini in un sacco di lingue diverse, e scandito slogan sempre con lo stesso accento. Essere lontano da Roma e dall’Italia mentre tutto questo succede ci riempie di invidia e di orgoglio, ma ci permette anche di vedere quello che accade sotto una prospettiva diversa. Essere all’estero ci ha permesso infatti di vedere come il resto d’Europa viva la grande Onda italiana. Interesse, solidarietà e supporto sono forti, importanti, ma non gli unici sentimenti che abbiamo raccolto durante queste giornate. Ciò che ci ha fatto riflettere prima, e sperare poi, è che ciò che accade in Italia sia visto ovunque come una lotta continentale. Se la Gelmini è una disgrazia italiana, il trend che essa rappresenta è un problema comune a molti. Per decenni, in Italia e in tutta Europa abbiamo visto governi di ogni colore tagliare sul sociale, provatizzare servizi e beni comuni, come risposta ad ogni crisi, come benzina per ogni futuro fantomatico sviluppo. Ciò che prima veniva fatto in nome della grande dottrina neoliberista, è invece ora soluzione ai problemi creati da quella stessa dottrina.
«Non pagheremo noi la vostra crisi» è uno slogan che ha unificato questo sentimento, comune in tutta Europa. Ovunque, presto o tardi, la crisi finanziaria colpirà, e ovunque ci sarà da difendere ciò che ci vorranno togliere, e chiedere di più. Gli studenti e le studentesse di mezza Europa seguono oggi le vicende italiane, chiedendoci di non fermarci, di arrivare fino in fondo, di dimostrare che ce la si può fare. E questo è quello che chiediamo anche noi, dall’estero, ai compagni e alle compagne d’Onda in Italia. Tanta è la paura che la situazione si normalizzi, che col tempo si ritorni in classe, che a colpi di piccole e insignificanti concessioni del ministro, pezzi di questo meraviglioso movimento si sfilino, e che, come altre volte, ciò che sembrava poter cambiare tutto, finisca col cambiare molto poco. Nel 2005, dopo il fantastico corteo del 25 ottobre, l’assemblea della Sapienza fu un rompete le righe. Ci si disse che non lo era, ma crediamo tutti si ricordi come, a parte pochi eventi, quella data fu l’inizio della fine di quel movimento. Oggi non può andare così. Troppo grande la posta in gioco, troppa la gente coinvolta, troppo grave sarebbe la sconfitta. Abbiamo bisogno di un’università e di una scuola diversa, dove la ricerca sia libera e liberi dalla precarietà i ricercatori, dove gli studenti non siano clienti del grande mercato della conoscenza, ma soggetti attivi nella produzione di sapere. Un sapere riconosciuto come bene collettivo, pubblico e pertanto di tutt* e da tutt* creato.

Abbiamo bisogno di autoriformare l’università. Abbiamo cominciato ad autoriformare l’università.

Abbiamo bisogno di una moltitudine di cospiratori che riparta da Roma e dalle assemblee della Sapienza per invadere il paese, decise e decisi ad arrivare fino in fondo. Fino alla fine. Fino alla vittoria.

Noi saremo qui, spars* per l’Europa, pront* a scendere in piazza con voi.

E, statene cert*, sarà una mareggiata che li seppellirà!


European Anomalous Wave

Onde di: Copenhagen, Parigi, Bruxelles, Madrid, Amsterdam, Londra, Barcellona, Berlino, Lione, Baden, Wuttemberg, Siviglia, Aarhus, Murcia, Utrecht, Almerìa, Granada, Comitato ScuolAperta di Atene contro la controriforma Gelmini, Ateneu Candela, Barcellona Collettivo Exit!

Continua a leggere...

Documento politico LettereInMovimento

Chi siamo

a) LettereInMovimento è un collettivo di lavoro politico che nasce dalla lotta contro le leggi 133/08 e 169/08, il dl 180/08, il disegno di legge Aprea ed i progetti di contro-riforma organica dell'Università preannunciati ("Linee guida del Governo per l'Università"), ma per il momento sospesi, dal ministro Gelmini, delle quali si richiede l'immediata abrogazione e dei quali si richiede il repentino ritiro.

b) Il collettivo si dichiara apartitico, pur proponendosi di interloquire ed interagire con tutte le realtà politiche, sindacali, associative, sociali e studentesche attualmente coinvolte nell'opposizione a questi specifici provvedimenti, per il tramite di uno strumento di collaborazione informale; il collettivo si adopera, inoltre, per costituire una struttura permanente di coordinamento tra tutte le soggettività elementari, medie-superiori ed universitarie in agitazione. Ad esempio, i collettivi di Economia e del Polo Scientifico (UniMOnda), oltre che il C.u.a (collettivo universitario autonomo) di Reggio Emilia.

c) Il collettivo si professa, senza mediazioni, antifascista, antirazzista ed antisessista.

Come ci organizziamo

a) Possono aderire individualmente e liberamente, con diritto di voto, tutte quelle persone che appartengono alle facoltà di Lettere e Filosofia, Scienze dei Beni Culturali e Scienze della Terra (cioè quelle realtà che fisicamente stanno all’interno della struttura di Sant’Eufemia) e condividono il presente documento politico.

b) L’assemblea (a cadenza settimanale) è il luogo in cui vengono proposte, discusse e votate tutte le idee ed adottate tutte le decisioni. L’assemblea è sovrana.

c) Il collettivo è strutturato in tre gruppi di lavoro:

  • gruppo Proposta Politica: si occupa dell’elaborazione politica e dell’analisi critica sull’Università;
  • gruppo Creativo: si occupa dell’elaborazione di forme, tecniche ed arti tramite cui diffondere la protesta e la proposta;
  • gruppo Rapporti con l’Esterno: si occupa della comunicazione esterna al collettivo (media, soggettività varie ed altre realtà).

I gruppi di lavoro devono obbligatoriamente presentare le proprie proposte all’assemblea che le valuterà.

d) Si votano una volta al mese tre portavoce che hanno l’unico compito di trasmettere pubblicamente ciò che l’assemblea ha deciso. Inoltre ognuno di questi rappresenta uno dei tre gruppi di lavoro.

e) Ad ogni portavoce corrisponde il cognome di un personaggio della cultura internazionale, per evitare leaderismi, facilitare la rotazione ed in questo modo la partecipazione di tutte e tutti.

f) Il collettivo s'intende integralmente autofinanziato dai suoi stessi membri.


Per cosa lottiamo
  • Priorità indiscussa del collettivo è la difesa e l'ampliamento del carattere pubblico, di massa e di qualità della Scuola, dell'Università e della Ricerca nonché della loro più completa laicità. Pretendiamo un sostanziale, e da tutte e tutti esigibile, Diritto allo Studio in contrapposizione frontale con qualsiasi ipotesi di penetrazione degli interessi privati (vedi Fondazioni) all'interno delle suddette Istituzioni.
  • Riteniamo che la nostra lotta non si debba limitare esclusivamente all'ambito scolastico/universitario, bensì riguardare, più in generale, una critica profonda alla vergognosa gestione economica, sociale, culturale e civile della nostra società, proponendone una riorganizzazione razionale, ecologica, creativa e cooperativa.
  • La nostra critica passa attraverso la valorizzazione del conflitto sociale e delle forme di organizzazione che lo sostanziano; sull’impronta del modello vincente della lotta francese contro il Cpe (2006, tipico modello contrattuale neo-liberista rispedito al mittente dalla mobilitazione popolare), rappresentata dall'unità fra gli studenti ed i lavoratori, specialmente precari.
  • Il collettivo non si pone a difesa del sistema universitario esistente, ma propone una radicale trasformazione dal basso dello stesso. Solo in questo modo è possibile eliminare sprechi e privilegi all’interno dell’Università.
Cosa contestiamo del modello universitario attuale

  • la frammentazione del Sapere operata dal meccanismo del “3+2” che, con il sistema dei crediti formativi, parcellizza e mercifica la formazione scientifico-culturale asservendola a mere logiche di profitto.
  • le posizioni di rendita e successione caratteristiche di tante figure istituzionali all'interno dell'Università, le quali ostacolano l'accesso di nuove leve nel contesto accademico, situazione, quest'ultima, che verrà ulteriormente aggravata delle varie forme di blocco del “turn-over” (previste dalla legge 133/08 e dal dl 180/08).
  • la cattiva gestione e distribuzione dei fondi pubblici, che non tiene conto degli effettivi bisogni di ogni singolo settore disciplinare e che, per quanto ci riguarda, non promuove un tipo di sapere, come quello umanistico, poco spendibile in termini “aziendalisti”.


“Work in progress”, la nostra idea di Università possibile
  • confronto permanente tra studenti, ricercatori e docenti, evidenziando chi di questi già utilizza metodi orizzontali di costruzione e trasmissione dei contenuti didattici, oltre che di ri-messa in discussione del Sapere dogmatico.
  • produzione di Sapere critico, molteplice ed interdisciplinare tramite la pratica dell'Autoformazione, mediante il proliferare di attività culturali e seminariali autogestite, al fine di possedere più chiavi di analisi ed interpretazione in ambito accademico, ma anche riguardo alle complessità ed alle contraddizioni sociali e politiche contingenti.
  • riappropriazione dei tempi e dei modi della Conoscenza basati sulle esigenze intellettuali, morali e materiali dei soggetti che vivono l'Università.
  • diffusione ed estensione della cultura libera, liberata e critica all’interno della società e del territorio attraverso il dialogo con la cittadinanza.
  • prefigurazione di uno scenario entro il quale Scuola ed Università siano gestite da chi vi lavora e vi studia.

Quali forme di protesta adottiamo

Il collettivo si riserva di delineare e precisare dettagliatamente le diverse e più consone pratiche non-violente di mobilitazione da adottare (cortei, scioperi, occupazioni, espressioni artistiche, azioni dimostrative e/o situazioniste) al fine di portare avanti, concretamente, le proprie parole d'ordine.


LettereInMovimento

Continua a leggere...

mercoledì 8 ottobre 2008

Solidarietà all'Onda dal Forum dei movimenti per l'acqua!

PUO' UN MOVIMENTO PER L'ACQUA NON RICONOSCERSI NELL'ONDA?

Siamo donne e uomini da sempre impegnati nei nostri territori e a livello nazionale e internazionale per il riconoscimento dell'acqua come bene comune e diritto umano universale, da sottrarre al mercato e al profitto e da restituire alla gestione partecipativa delle comunità locali. Insieme abbiamo prodotto e animato decine di conflitti territoriali contro la privatizzazione dell'acqua e per la difesa dei beni comuni.

Insieme abbiamo costituito, nel marzo 2006, il Forum italiano dei movimenti per l’acqua, una rete che raccoglie più di settanta associazioni ed organizzazioni e più di trecento comitati territoriali. Insieme abbiamo raccolto più di 400.000 firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica dell’acqua. Insieme abbiamo costruito, il 1 dicembre 2008, la prima manifestazione nazionale per la ripubblicizzazione dell’acqua e per la difesa dei beni comuni, che ha visto più di 40.000 persone sfilare per le strade di Roma. Vi abbiamo visto inondare le città e le piazze di questo paese chiedendo a gran voce la difesa della scuola pubblica, il diritto all’istruzione, alla conoscenza e al futuro, lottando contro la mercificazione del sapere e della formazione, la precarizzazione della conoscenza e della vita, lo svilimento della scuola primaria, la privatizzazione dell’università. Vi abbiamo sentito urlare con rabbia ed allegria : “Noi la vostra crisi non la paghiamo”, riprendendovi gli spazi delle scuole e delle università e facendole diventare nuove agorà di socialità, conoscenza e incontro fra i movimenti e le lotte di chi vuole cambiare le politiche di questo paese e di chi vuole praticare un altro mondo possibile. Questo mondo è oggi attraversato dalla più importante crisi economica e finanziaria che la storia ricordi, mentre si è approfondita la crisi alimentare globale e si è definitivamente appalesata la crisi ecologica e resi evidenti i primi effetti permanenti dei cambiamenti climatici planetari. Un modello di ordine mondiale, fondato sul pensiero unico del mercato, sull’accaparramento predatorio delle risorse naturali, sulla mercificazione dei beni comuni e la loro consegna ai grandi capitali finanziari, sullo svuotamento della democrazia e della partecipazione popolare sta dimostrando il proprio completo fallimento. Il “crack” globale dell’economia finanziaria rappresenta l’esito di trenta anni di politiche liberiste, basate sull’assioma “privato è bello”, sulla deregolamentazione del lavoro, sulla privatizzazione dei servizi pubblici, sulla espropriazione dei diritti sociali. Oggi sono i grandi poteri bancari e finanziari ad invocare l’intervento pubblico e il sostegno statale. Oggi sono i più sfrontati liberisti a dichiarare il fallimento del mercato. Lo scopo è chiaro: ottenere un nuovo travaso di risorse dalle collettività ai poteri forti per rilanciare i flussi finanziari mondiali e riprendere l’espropriazione di risorse. Così si chiedono sostegni pubblici alle banche, mentre si approvano normative –come l’art. 23 bis della Legge n. 133/08- che perseguono la definitiva messa sul mercato dei servizi pubblici locali, a partire dall’acqua e dal servizio idrico integrato. Così si approvano normative per il drastico taglio dei fondi alle scuole di ogni ordine e grado, si inasprisce la precarietà e si attaccano i diritti del lavoro, si militarizzano gli spazi della democrazia e del conflitto sociale.“Noi la vostra crisi non la paghiamo” avete detto voi per primi, inondando le strade di questo paese e riaffermando un protagonismo diretto, senza deleghe alcune né qualsivoglia rappresentanze.“Noi la vostra crisi non la paghiamo” diciamo anche noi, reclamando la fine delle politiche liberiste di privatizzazione e ponendo al centro della nostra iniziativa la riappropriazione sociale dell’acqua e dei beni comuni, la loro cura e conservazione per le generazioni future, la loro gestione partecipata dai cittadini, dai lavoratori e dalle comunità locali, come motore di una ricostruzione dei legami sociali, di una riaffermazione dei diritti collettivi, della riproduzione di un’appartenenza sociale aperta e condivisa. In una parola, di una nuova democrazia e di un altro mondo possibile. Senza acqua non c’è diritto alla vita. Senza saperi, formazione e conoscenze c’è solo dominazione del più forte. Senza spazio pubblico non c’è partecipazione né democrazia. Per questo ci riconosciamo nella vostra lotta e salutiamo la vostra assemblea nazionale, confermando la nostra piena solidarietà alle vostre mobilitazioni e proponendovi intrecci fra le nostre reciproche esperienze. Intrecci che possono essere resi ancora più forti e solidi, partendo dalla consapevolezza -che poi è anche la cifra del nostro percorso- di come unità, radicalità, autonomia e inclusione delle differenze costituiscano il carattere fondante dei movimenti sociali.

Il 22-23 novembre prossimi, il movimento per l’acqua terrà ad Aprilia il suo secondo Forum nazionale, per fare il punto delle mobilitazioni attivate e per rilanciare con ancora più forza le ragioni della riappropriazione sociale dell’acqua e della difesa dei beni comuni. Ci piacerebbe che fra gli interventi di apertura, sabato 22 mattina, ci fosse anche un contributo di una/uno studente che racconti al popolo dell’acqua pubblica l’esperienza del popolo della scuola pubblica. Ci piacerebbe che, nell’autonomia dei reciproci percorsi, si potessero innescare importanti connessioni, promuovendo iniziative comuni dentro e fuori le università che facciano incontrare le nostre battaglie per i beni comuni. Ci piacerebbe ascoltarvi e raccontarvi qualcosa di noi. Con curiosità, fiducia e determinazione. Dobbiamo solo cambiare il mondo.

Un caro abbraccio a tutte e tutti.

Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica: www.acquabenecomune.org

Continua a leggere...

Solidarietà all'Onda da No Tav e No Dal Molin!

Lettera aperta agli studenti, ai precari, agli insegnanti, ai genitori impegnati nella difesa di un bene comune: la scuola e l’università.

Vi abbiamo visto nelle strade e nelle piazze delle nostre città. Abbiamo incrociato i vostri sguardi e abbiamo ritrovato la nostra determinazione: quella di chi non cerca un privilegio, ma con il proprio impegno difende l’oggi di se stesso e il domani di tanti altri. Siamo donne e uomini di Vicenza, della Val di Susa e di tante altre realtà riunite nel Pattodi Mutuo Soccorso mobilitate in maniera permanente per difendere la nostra terra e la nostra acqua, le nostre città, le nostre valli e il nostro futuro: che si tratti di nuove basi militari, di nuove linee ad alta velocità, di nuove discariche e nuovi inceneritori, di sorgenti svendute al miglior offerente o di quant’altro poco cambia: beni comuni sottratti alla collettività, spazi di democrazia cancellati. In questi anni abbiamo imparato a guardarci intorno, a conoscere e interrogare. Vogliamo capire e imparare, costruire e creare. Come voi ci riuniamo in assemblea. Come voi cerchiamo di valorizzare la nostra creatività e la nostra diversità. Come voi difendiamo beni comuni che i governi vorrebbero sottrarci: l’accesso ai saperi per regalarlo ai profitti dei privati, il territorio per svenderlo ai militari statunitensi o al partito del tondino e del cemento, l’acqua per consentire nuovi enormi profitti alle grandi multinazionali. Come voi puntiamo sulla forza della ragione e della verità e pratichiamo metodi di lotta pacifici. Nella nostra mobilitazione abbiamo conosciuto l’utilizzo distorto delle informazioni e delle conoscenze; ci vorrebbero disinformati e ignoranti per imporci scelte devastanti a nostra insaputa. Difendere l’accesso ai saperi e l’istruzione, allora, significa difendere la possibilità di ognuno di noi a opporsi e indignarsi di fronte alle tante imposizioni quotidiane ai danni delle donne e degli uomini che vivono le nostre città, le nostre campagne, le nostre valli e le nostre montagne. Vi abbiamo visto nelle strade e nelle piazze delle nostre città e come un’onda travolgere silenzi compiacenti e sguardi indifferenti. La vostra onda incrocia le nostre onde, le risorse che vogliono sottrarre alla scuola e all’università vorrebbero utilizzarle per nuove, devastanti grandi opere inutili e dannose; difendere la scuola pubblica da questo ennesimo tentativo di scippo è il vostro e anche il nostro obiettivo, la vostra resistenza rafforza le nostre resistenze e viceversa. Le nostre onde seguono la stessa rotta: quella che ha come meta la difesa dei beni comuni, della partecipazione e della democrazia.

Il futuro è nelle nostre mani.

Presidio permanente No Dal Molin/No Tav Val di Susa

Continua a leggere...

lunedì 6 ottobre 2008

Produzione, Sapere, Welfare e Formazione... Note per l'avvio di un dibattito e di proposte di riforma dal basso

Da GlobalProject

a cura di Andrea Fumagalli (docente di Economia politica presso Università di Pavia)

Introduzione


La tematica della formazione universitaria è centrale nel capitalismo contemporaneo. Essa è terreno cruciale non solo per il futuro percorso lavorativo dei diretti interessati (gli studenti), ma per l’intero processo di accumulazione. In secondo luogo, non meno importante, va rilevato il fatto che oggi tramite il processo di Formazione (che tende a diventare – a diversi livelli – permanente) si gioca la possibilità di controllo della forza-lavoro presente e futura. La Formazione (specialmente quella universitaria) è elemento centrale di
governance dei processi sociali e produttivi nonché della possibilità di sviluppare una “democrazia” reale e non oligarchica. E’ questione sociale, per eccellenza, che innerva tutte le componenti economiche e i diversi livelli di segmentazione in cui la struttura sociale è suddivisa e definisce la composizione sociale del lavoro vivo contemporaneo. In altre parole, sul terreno dell’Università si gioca una partita che ha come obiettivo la possibilità di un cambiamento progressivo della realtà odierna o, di converso, si sancisce il processo di involuzione reazionaria in atto.

I temi che sono sul tappeto hanno a che fare:
  • Con la natura del Welfare oggi esistente;
  • Con il processo di valorizzazione oggi dominante;
  • Con l'organizzazione del lavoro e la sua composizione sociale (leggi precarietà).

Partendo da questi presupposti, si può intuire facilmente come il movimento dell’Onda costituisca un momento di rottura estremamente rilevante nel quadro gerarchico della società odierna. E come la sua capacità di rompere tradizioni consolidate stia proprio nella sua capacità di “tracimare” nella società, come uno tsunami che coinvolge anche chi non partecipa direttamente (o si percepisce come tale) nel processo formativo. E’ allo stesso tempo elemento di rottura e fattore di ricomposizione del lavoro e della società.


I modelli europei di Welfare a sostegno della formazione universitaria si possono ricondurre a tre (pur con le differenti varianti a livello nazionale): il modello renano germanico-scandinavo, il modello anglosassone e il modello mediterraneo (tra cui l’Italia) fondato sul Welfare familistico. Quest’ultimo non è un vero e proprio modello di Welfare, in quanto è essenzialmente fondato sul ruolo della famiglia come dispensatore di risorse, quindi di fatto implica un’offerta privata di servizi sociali allo studio. Di conseguenza, ci soffermiamo sui primi due.

Il modello renano di Welfare si basa sulla tradizione più o meno garantista del Welfare pubblico “keynesiano” di origine “fordista”. Esso si basa su un’impostazione assistenzialistica che presuppone risorse pubbliche erogate a favore dello studio: da forme di reddito minimo, come in Belgio, Scandinavia, Danimarca e Germania e parzialmente in Francia, a servizi reali in alloggio e sussidi alimentari, grazie ad un’articolata struttura di servizi che si fonda sull’idea della mobilità studentesca: sono gli studenti che vanno via dalla famiglia per fare l’Università e non l’Università che crea sedi distaccate laddove ci sono le famiglie – come avviene in Italia. Condizione perché ciò avvenga è che, da un lato, ci siano strutture adeguate e, dall’altro, che il rendimento degli studenti sia continuamente monitorato. I servizi di Welfare universitario sono infatti pesantemente condizionati dall’esito dello Studio sulla base di parametri di efficienza che di fatto si traducono in forme di controllo sociale. Tale modello è oggi in crisi per gli elevati costi che comporta: infatti si assiste ad un progressivo smantellamento dell’intervento pubblico a sostegno del Diritto allo studio che riduce l’universalismo dei servizi a favore di centri universitari di eccellenza, anche in seguito ai limiti posti al bilancio pubblico dai Trattati europei (Maastricht e Amsterdam) che hanno portato alla costituzione dell’Europa dell’Euro. Sempre maggiore è, inoltre, - così come stabilito dalle delibere europee di Lisbona I e II – il processo di coinvolgimento dei privati. Al riguardo, è esemplificativa la recente proposta del presidente francese Sarkozy di dirottare la quota maggiore di finanziamenti pubblici a un numero limitato (dieci) di Ecole di eccellenza: una proposta che farà piacere all’associazione italiana Aquis. L’esito di tale processo è una crescente divisione nell’erogazione del Sapere tra università di serie A e università di serie B: una divisione del Sapere che viene gestita dallo Stato (in funzione delle esigenze del libero mercato) e non direttamente dalle gerarchie di Mercato come invece avviene nel modello anglosassone, che ora andiamo a presentare.

Il modello anglosassone (prevalente negli Usa e in Gran Bretagna) è dichiaratamente un modello di Workfare. Il Workfare è un sistema di Welfare non universalistico, garantito a chi ha i mezzi monetari per accedervi, inteso come strumento di assistenza temporaneo e condizionato, in attesa di entrare nel mercato del lavoro. E’ strutturato sull’idea di fornire un aiuto di ultima istanza laddove sono presenti condizioni esistenziali che non consentono di poter lavorare o studiare e quindi di accedere a quei diritti che solo la prestazione lavorativa è in grado di fornire. L’idea di Workfare è inoltre complementare alla proposta di privatizzazione di buona parte del Welfare pubblico, a partire dalla Sanità, dall’Istruzione e dalla Previdenza, progetto che oggi trova fondamento nel cd. principio di sussidiarietà, secondo il quale nelle materie che non rientrano nella propria competenza esclusiva, livelli di governo superiore (es. lo Stato) possono intervenire soltanto e nella misura in cui gli obiettivi prefissati non possano essere conseguiti in maniera soddisfacente dai livelli di governo inferiore (es. le Regioni). Nella pratica, questo principio si traduce nel fatto che l’intervento pubblico può avere una sua ragion d’essere laddove il privato non è in grado o non trova conveniente intervenire. Esso fa dunque perno sul concetto di responsabilità individuale che prelude all’idea di individualismo proprietario.

Per quanto riguarda la Formazione, occorre distinguere tra il ruolo della formazione universitaria e la formazione permanente erogata dalle imprese.

Nel primo caso, due sono gli strumenti che lo implementano. Relativamente all’offerta di Istruzione (universitaria) si ricorre alla convenienza del settore privato ad investire nel settore dell’Informazione, con la consapevolezza che solo alcune attività di Formazione e di Ricerca saranno finanziate (quelle per le quali le aspettative di profitto sono più facilmente realizzabili: ricerca applicata di tipo scientifico e quindi condizionamento della didattica a tali fini), mentre la ricerca di base è ad appannaggio prevalente di risorse pubbliche (anche tramite enti e consorzi di natura giuridicamente privata ma finanziati dal pubblico – tipo fondazioni di diritto pubblico (e non privato, come prevede la legge 133/08). E’ questo il caso statunitense, dove l’80% della ricerca di base è finanziato a livello federale, nonostante che la propaganda mediatica dica l’opposto.

Per quanto riguarda, invece, la domanda di Istruzione, ovvero gli studenti, lo strumento principale di ingresso agli studi è rappresentato, oltre alle disponibilità familiare (quindi di censo), dal prestito d’onore, garantito a livello statale, in grado di permettere – sotto condizione – l’accesso agli studi universitari. In entrambi i casi, si tratta comunque di incentivi privati alla Formazione universitaria, con la finalità che tali studi si rivelino comunque “redditizi”. Le università verranno finanziate se e solo se i risultati conseguiti sia nella Formazione che nella Ricerca saranno di gradimento per il sistema di accumulazione privato e gli studenti potranno permettersi di continuare gli studi solo se le loro scelte formative ed il loro rendimento universitario sarà tale da consentire loro di pagare il debito maturato con il prestito d’onore. Si calcola che nella sola Gran Bretagna cinque anni di università portano ad un indebitamento pari a circa 35.000 sterline (quasi 50.000 euro). E’ inoltre interessante notare come tale meccanismo di creazione di debito sia del tutto congruente con la struttura economica contemporanea. In tempi di capitalismo cognitivo e finanziario, la figura dello studente indebitato rappresenta perfettamente la metafora della realtà sociale contemporanea: un soggetto cognitivo in grado di inserirsi in condizioni subalterne di ricattabilità (soprattutto se precario o se altamente specializzato, con poche chance di poter riconvertire la sua preparazione) all’interno del processo di accumulazione e allo stesso tempo indebitato e dipendente – come individuo singolo - dalla dinamica dei mercati finanziari. L’individualizzazione del rapporto di lavoro è già in nuce nell’individualizzazione dello studio! E’ facile immaginare come tutto ciò favorisca un processo di frammentazione e scomposizione del tessuto sociale. Ciò che avviene nella Formazione è in realtà un apprendimento alla condizione precaria di oggi e di domani.

Si tratta di una impostazione che sta alla base del processo riformatore dell’Università anche in Italia e che ha accomunato – seppur parzialmente – la storia delle diverse riforme universitarie che hanno contrassegnato la storia recente di questo paese, a prescindere dal colore politico dei governi in carica.


Produzione è Sapere perché Sapere è Produzione

Uno dei punti caratterizzanti il nuovo paradigma del capitalismo cognitivo è la centralità della Conoscenza come fattore produttivo immediato. Tutto ciò che ha a che fare con la generazione e la diffusione di Conoscenza diventa immediatamente valorizzante dal punto di vista capitalistico: è cioè lavoro produttivo nel senso marxiano del termine, così come Marx lo ha presentato nei Grundrisse.

Occorre tuttavia specificare che la Conoscenza, nelle sue diverse declinazioni, è una merce particolare: essa nasce come bene individuale, è cioè valore d’uso, ma si valorizza solo nel momento stesso in cui viene scambiato, assumendo appunto le caratteristiche di valore di scambio. Ma a differenza dello scambio delle altre merci, lo scambio di Conoscenza non implica lo scambio del diritto esclusivo d’uso, ovvero il passaggio del diritto di proprietà da un soggetto all’altro: la Conoscenza non è una merce “rivale”. Tutte le volte che la Conoscenza si scambia, non si genera scarsità, ma piuttosto abbondanza tramite la sua diffusione cumulativa. Se oggi siamo in presenza di scarsità, è perché l’introduzione dei diritti di proprietà intellettuale rendono artificialmente scarsa la Conoscenza, ponendo vincoli alla sua diffusione. Ciò dà origine ad uno dei nodi di contraddizione interna alla logica del capitalismo cognitivo: da un lato le nuove forme di proprietà intellettuale consentono l’espropriazione della Conoscenza e la sua riduzione a bene privato che origina valore, dall’altro, bloccando la diffusione delle conoscenze, generano un impasse al processo di accumulazione a livello aggregato.

Tutto quando detto ha a che fare con il processo di Formazione, perché è dall’applicazione della Formazione che si genera Conoscenza, o all’interno delle stesse strutture universitarie o tramite processi formativi gestiti privatamente dalle grandi e medie imprese tramite i laboratori di ricerca e sviluppo. In altre parole, il Sapere è produttivo in quanto genera Conoscenza tramite i processi di apprendimento e lo sfruttamento delle economie dinamiche di scala. A differenza del capitalismo "industriale-fordista", la Conoscenza si accumula nel tempo, è fattore dinamico di valorizzazione ed è soggetta ad un ciclo di vita. Tale ciclo di vita è caratterizzato da diverse fasi: quando la Conoscenza si genera, è Conoscenza tacita e individuale. Colui che la detiene, ed è cosciente di ciò, dispone di un elevato potere contrattuale se tale Conoscenza tacita è ricercata nell’ambito della Produzione. La Conoscenza tacita è di solito frutto di un lavoro di gruppo e di elevata specializzazione che trae linfa da un “humus culturale” che ne sta alla base. Più la Conoscenza tacita è importante, più è soggetta ai diritti di proprietà intellettuale, che ne frenano la diffusione fintanto che essa non viene standardizzata in procedure di diffusione che la rendono fruibile nel settore d’applicazione. La Conoscenza da tacita si trasforma così in codificata, finché non esaurisce la sua funzione diventando obsoleta sedimentandosi nel sapere sociale collettivo e venendo sostituita da nuova Conoscenza. Siamo così di fronte ad una divisione cognitiva del lavoro che nasce dai percorsi formativi che stanno alla base del processo di apprendimento.

In quanto nuova frontiera della divisione del lavoro, il Sapere è definibile almeno a tre livelli, fra loro gerarchizzati:

  • Sapere come formazione tecnica, specializzata e professionale codificata, standardizzata e diffusa; è il livello di base, necessario per l’inserimento nella produzione materiale e immateriale; in quanto Sapere diffuso deve essere garantito da centri di istruzione istituzionale (siano essi pubblici o privati); in quanto Sapere professionale, la sua diffusione deve essere controllata dal mondo della Produzione (il che implica che l’attività di Produzione coordina e controlla la distribuzione e i contenuti della formazione professionale; riproposizione della segmentazione sociale fondata sul Sapere e della presunta neutralità della Conoscenza).
  • Sapere come competenza e conoscenza tacita, non codificabile, non trasmettibile, esclusiva ed individuale; rappresenta la forma di Sapere più produttrice di valore aggiunto, pertanto nevralgica per attività produttive competitive; la più “coccolata” soprattutto nell’ambito delle nuove tecnologie e nella risoluzione di problemi logistici; chi detiene tale Sapere ha di solito un buon potere contrattuale a livello individuale con elevato “turn-over” lavorativo ed una flessibilità attiva non subita e, spesso, tende ad omologarsi con la visione imprenditoriale.
  • Sapere come cultura in grado di sviluppare capacità critica e analitica autonoma, in grado di contestualizzare le varie situazioni. E’ la forma di Sapere più libera e meno condizionabile dall’apparato produttivo, quindi la più pericolosa e sovversiva. In un contesto di società di controllo e sorveglianza, deve essere negato. E’ il tipo di Sapere che rischia l’estinzione.

Nel momento stesso in cui il Sapere è produttivo, il processo di formazione del Sapere è funzionale all’uso produttivo del Sapere e alla divisione cognitiva del Lavoro, che travalica e si aggiunge alla classica divisione “smithiana” del Lavoro basata sulla differenziazione delle mansioni a seconda che si operi nella fase della progettazione, esecuzione e commercializzazione. E’ quindi nella fase formativa che si definisce la divisione cognitiva del lavoro. Che altro fine hanno le diverse riforme dell’Istruzione universitaria quando favoriscono la privatizzazione e la divisione delle università tra serie A e serie B? Oppure quando introducono criteri quantitativi di misurazione dell’apprendimento come i crediti? Oppure, soprattutto, quando si attua una segmentazione del livello della laurea (il 3+2) tra un periodo di tre anni (non a caso chiamato professionalizzante) e un biennio successivo (non a caso denominato specialistico), finalizzato il primo a gestire Conoscenza codificata e il secondo a creare le premesse per arrivare a generare Conoscenza tacita?

Così come avveniva per il “fordismo”, anche nel capitalismo cognitivo la governance politico-sociale cerca di gestire il processo formativo in modo funzionale alle esigenze dell’accumulazione e della valorizzazione cognitiva.

La Formazione è dunque efficiente solo nella misura in cui provvede:

  • ad una misura fittizia del Sapere così da poterlo spendere nel processo produttivo immediato;

  • a favorire già in partenza una divisione del lavoro nell’accesso alla Conoscenza, tra Sapere codificato, interscambiabile, e Sapere tacito ed esclusivo;

  • ad elevare i processi di specializzazione a scapito della formazione di base, con il risultato che più aumenta la formazione professionale più aumenta il livello di “ignoranza”, dove per “ignoranza” si intende l’incapacità di contestualizzare e di sviluppare un pensiero critico (non conoscenza: in-cultura).

*****

Abbiano argomentato che il Sapere è Produzione in quanto valorizzazione del “capitale” umano. D'altro lato, le varie riforme universitarie hanno come scopo l’implementazione di forme di controllo sia nella generazione che nella trasmissione del Sapere. Ma controllare il Sapere, in tutte le sue forme, è comunque qualcosa di complesso e difficile in quanto il Sapere è per sua natura Sapere individuale. Di conseguenza, il controllo del Sapere implica l’attuazione di dispositivi “ad hoc” e sociali in grado di ridurre l’autonomia del pensiero cerebrale. In ciò sta una potenziale contraddizione. Il controllo del Sapere avviene tramite processi forzati diretti e processi indiretti di controllo della coscienza individuale. Un esempio del primo caso è costituito dalla proposta di formazione professionale obbligatoria sino a 18 anni. Un esempio del secondo caso è la costruzione del senso comune dominante relativo alla necessità di dotarsi di saperi professionali per avere più chance di migliorare la propria capacità lavorativa, senza avere gli strumenti o senza rendersi conto che si tratta di saperi professionali standardizzati e codificati.

Ma c’è di più. Le modalità di studio oggi dominanti tendono sempre più a strutturarsi su una “produzione in linea” del Sapere, ovvero siamo in presenza di percorsi all’apprendimento di tipo “tayloristico”, finalizzati ad eliminare i tempi morti nell’apprendimento ed a favorire la misura dell’apprendimento tramite criteri valutativi sia temporali (la tempistica dello studio) che quantitativi. La struttura per trimestri implica che lo studente per 4 o 5 settimane segue per 4-6 ore al giorno corsi, necessariamente di qualità peggiorata (essendoci meno tempo a disposizione e minor possibilità di sviluppare saperi critici), per poi avere una settimana a disposizione per lo studio a cui seguono due settimane di esami, per poi riprendere nel trimestre successivo la stessa routine. L’Università non è più il luogo della trasmissione del Sapere, ma piuttosto il luogo dove il Sapere è strutturato in modo da creare una “forma-mentis” adeguata a quelle che sono le esigenze della produzione cognitivo-relazionale. E' il luogo di produzione di cervelli forgiati “ad-hoc”, già pronti alla condizione di precarietà che li caratterizzerà negli anni successivi. In un contesto di formazione permanente individualizzata, la separazione tra momento formativo e momento produttivo tende a scomparire.

Non è un caso che tutta l’enfasi sulla qualità che oggi domina il dibattito italiano in materia non ha nulla a che vedere con l’obiettivo di preparare persone in grado di essere pensatori liberi e critici del presente, in grado di sviluppare un metodo di apprendimento consono ai livelli di flessibilità del lavoro oggi esistenti. Piuttosto per qualità si intende l’efficienza dei risultati numerici (numero di laureati, grado di entrata sul mercato del lavoro, acquiescenza verso le gerarchie socio-economiche esistenti) che l’istituzione universitaria è in grado di garantire. La qualità dell’Università tende sempre più a coincidere con la supposta efficienza del Mercato, ovvero con la capacità di accumulare Sapere valorizzabile immediatamente. Il ricorso alle Fondazioni di diritto privato non è altro che il riconoscimento giuridico di ciò che nella realtà sta già avvenendo.

Quali alternative? “Common-fare”

Per sviluppare una riforma dal basso dell’Istruzione è necessario partire dalla definizione del Sapere come “bene comune”. Abbiamo già detto che la Conoscenza è un bene personale, ma fintanto che rimane individuale non è produttivo. Il Sapere del saggio che vive come eremita sulla cima della montagna potrà essere fonte di soddisfazione per lui stesso, ma non ha alcun impatto sulla struttura sociale. Il Sapere è produttivo nel momento stesso in cui si socializza, è interno alle relazioni sociali dalle quali viene generato. Nel capitalismo cognitivo, il Sapere è il prodotto per eccellenza della cooperazione sociale. Oggi ha sempre meno senso distinguere tra momento dell’invenzione (romanticamente attribuito al genio individuale, magari anche un po’ sregolato) e il momento della sua applicazione a livello sociale e produttivo (innovazione). Formazione e Ricerca sono i due lati della stessa medaglia che producono conoscenza teorica e applicata come risultato di un’attività di apprendimento e di rete che vede il corpo sociale direttamente coinvolto. Le maggiori “scoperte” sono infatti frutto di una attività di equipe. E non può sorprendere che anche l’attività lavorativa si struttura in equipe, seppur individualmente gerarchizzata. La Conoscenza è quindi bene individuale che ha la sua valorizzazione come bene sociale. E’ quindi bene pubblico? No, perché la Conoscenza non può essere espropriata dagli individui, a meno che non si utilizzano tecniche sofisticate di robotizzazione e sussunzione totale del cervello, così come la fantascienza ha spesso teorizzato. La Conoscenza, e le sue declinazione nel Sapere, non è quindi né un bene privato né un bene pubblico: è un bene comune.

E’ quindi necessario andare oltre alle due strutture proprietarie che la storia dalla rivoluzione francese e dalla rivoluzione russa hanno definito nel corso degli ultimi due secoli. Il diritto pubblico e il diritto privato, così come il Welfare pubblico e il Welfare privato, risultano inadeguati a configurare una fisionomia giuridico-sociale alla Conoscenza: è necessario inventarsi un Diritto del comune (common-right) e un Welfare del comune (common-fare). Il processo di Formazione, che ha come obiettivo la generazione e lo sviluppo di Conoscenza, deve quindi essere all’interno di un sistema di common-fare.

Come possiamo definire il Welfare del comune?

La concezione di Welfare “keynesiano” è congruente con l’idea del capitalismo “industriale-fordista”, oggi sempre più superato dal diffondersi di un capitalismo cognitivo. Di converso, il Workfare, con l’idea di Stato sociale minimo, può apparentemente sembrare più idoneo a rappresentare le istanze del capitalismo cognitivo. Ed è per questo che appare vincente. In realtà, il Workfare fa riferimento ad un intervento di “deregulation” del sistema pubblico che ha sempre contraddistinto il pensiero conservatore neo-liberale e per questo non ha “tempo”.

L’idea di common-fare, invece, parte dal presupposto che la cooperazione sociale è la produzione del comune: qualsiasi politica di Welfare che abbia a cuore la coesione sociale non può quindi che partire dal comune. I beni comuni nell’evoluzione del capitalismo hanno più volte modificato la propria struttura. Ai beni comuni legati alla sopravvivenza terrena ed al consumo primario (aria, acqua, cibo, vestiti, abitazione, socialità, ecc., ecc.), connaturati con lo stesso agire umano, si sono aggiunti dei nuovi beni comuni, che oggi stano alla base non tanto della sopravvivenza e del consumo di base, ma piuttosto della produzione e dell’accumulazione. Essi riguardano in primo luogo il territorio, geografico e virtuale, e conseguentemente l’ambiente, quindi il linguaggio e la conoscenza.

Ipotizzare un Welfare del comune significa oggi imbastire una politica:

  • che tolga dalle gerarchie imposte dal libero scambio i beni primari e di pubblica utilità che negli ultimi 15 anni hanno subito estesi processi di privatizzazione in seguito all’adozione degli accordi europei di Cardiff sulla regolamentazione del mercato dei beni e dei servizi (accesso ai beni comuni materiali);
  • che imponga forme di controllo e di monitoraggio sul mercato del credito, sui suoi costi e sulle possibilità di elargire forme di finanziamento anche a chi non ha contratti a tempo indeterminato con la garanzia e l’assicurazione degli apparati pubblici, sia a livello locale che sopranazionale (accesso alla moneta come bene comune);
  • che proceda ad una regolamentazione dei diritti di proprietà intellettuale e della legislazione sempre più restrittiva dei brevetti a favore di una maggiore libertà di circolazione dei saperi e alla possibilità gratuita di dotarsi di infrastrutture informatiche, tramite adeguate politiche innovative ed industriali (accesso ai beni comuni immateriali);
  • che consenta una partecipazione finanziaria e consultiva agli organi di gestione, a partire dal livello locale, dei beni pubblici essenziali, quali acqua, energia, patrimonio abitativo e sostenibilità ambientale tramite forme di municipalismo dal basso (principio democratico).

I due assi portanti del common-fare sono quindi la remunerazione della cooperazione sociale (basic income) ed il riconoscimento della proprietà comune.

Welfare e Formazione

Per quanto riguarda l’ambito della Formazione, il concetto di common-fare si declina essenzialmente in alcune prese d’atto, sulla base delle quali si possono successivamente sviluppare delle proposte concrete ed operative.

  1. L’Università è un bene comune e come tale non può essere soggetto a privatizzazione. Oggi l’Università così come sancito dal Trattato di Bologna a livello comunitario, subisce un tentativo di recinzione che è simile a quello che subisce la Merce Conoscenza. Se quest’ultima è stretta nei recinti del diritto di proprietà intellettuale, la formazione universitaria è invece ingabbiata nelle logiche del profitto tramite un perverso meccanismo di valutazione dell’efficienza che è dettato dai criteri di valorizzazione del Sapere all’interno dell’accumulazione capitalistica.
  2. L’Università è pienamente all’interno di quella cooperazione sociale che oggi costituisce il perno dell’accumulazione e della valorizzazione capitalistica. Ne consegue che qualunque spesa a sostegno della formazione universitaria non è un costo, bensì un investimento e come tale deve essere considerato negli schemi di contabilità. Pertanto, le spese di finanziamento dell’Università dovrebbero essere tolte dal novero della spesa pubblica inserita nei parametri europei di stabilità sanciti prima a Maastricht e poi ad Amsterdam.
  3. Proprio perché l’Università è parte integrante della cooperazione sociale da cui si estrae la ricchezza di una nazione, chi vi partecipa deve essere adeguatamente remunerato. Ciò vale sia per i ricercatori che per gli studenti. Garantire un reddito agli studenti non significa semplicemente finanziare l’attività di studio, ma soprattutto remunerare un’attività produttiva. Non è assistenza, ma riconoscimento di una creazione di valore.
  4. In assenza di un Diritto del comune che definisca i compiti ed i ruoli delle istituzioni del comune, è lo Stato che deve farsi garante della formazione universitaria, garantendo l’autonomia e la pluralità della formazione stessa.
  5. Sia gli studenti che i ricercatori – tra le altre componenti - sono e rappresentano le istituzioni in divenire del comune dell’Università, senza avere tuttavia voce in capitolo nelle decisioni di governance del processo formativo. Pertanto le loro richieste in termini di contributi all’organizzazione dell’Università, della Didattica, dei tempi di studio, della Ricerca devono avere pari valore a quelle delle componenti di governance attuale dell’Università, secondo le modalità e l’autonomia che intenderanno perseguire.

Da un punto di vista pratico e concreto, possiamo immaginare le seguenti richieste:

  1. Ogni ateneo deve provvedere a costituire una cassa sociale per garantire un reddito minimo agli studenti e continuità di reddito per i ricercatori precari.
  2. Tale cassa sociale – che possiamo denominare in via sperimentale “Cassa sociale per il Sapere” – deve garantire erogazioni di reddito, servizi per il Diritto allo studio e la mobilità studentesca. Essa è finanziata in parte dallo stesso Fondo di Finanziamento Ordinario (per una quota di circa il 30%) e per il rimanente da versamenti da parte di coloro che sulla condizione studentesca vivono e che dalla produzione di Sapere traggono profitti presenti e futuri. Si fa riferimento quindi agli enti locali e municipali e alle imprese private. Invece di consentire alle imprese di entrare in Università sulla base delle loro esigenze di profitto, si chiede alle imprese di finanziare l’attività formativa a prescindere dai risultati che possono ottenere a livello di profitti singoli.
  3. Il Welfare della Formazione, esemplificato dalla costituzione di una ”Cassa Sociale per il Sapere”, è così parte integrante del “Welfare metropolitano”, ovvero un pacchetto di misure che intervengono sulla condizione sociale, economica ed esistenziale dei soggetti residenti nel territorio.
  4. Ed è proprio all'interno della proposizione di un "Welfare metropolitano" che si possono ipotizzare le seguenti misure:
  • per quanto riguarda il profitto delle imprese, una addizionale regionale sull’Ires ed un contributo sulla base dei brevetti e dei diritti di proprietà intellettuali associati;
  • per quanto riguarda il sistema creditizio e finanziario, l’introduzione di una sorta di Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, gestite, come contraente, da una banca, o da una Sim, che opera sul territorio;
  • per quanto riguarda la rendita immobiliare (alla quale gli studenti contribuiscono in modo massiccio con gli affitti), è possibile ipotizzare un aumento sostanziale della quota dell’Ici, magari introducendo una progressività delle aliquote che differenzi tra la proprietà di chi ci abita e la proprietà di chi specula sul bisogno di residenze degli studenti;
  • per quanto riguarda, infine, l’intercettazione del reddito che deriva dalla presenza studentesca nei diversi territori, con diverso grado di incidenza, diventa sempre più necessaria una riforma dell’Irap, ovvero l’Imposta regionale sulle attività produttive. Oggi il 90% dell’Irap viene utilizzato per finanziare quel (poco) che resta del Servizio Sanitario Nazionale a livello regionale. Sarebbe auspicabile che il Ssn venisse finanziato con entrate fiscali statali e non regionali, così da liberare risorse per il finanziamento dei servizi sociali locali di natura suppletiva o di integrazione.
Qualunque intervento di riqualificazione dell’Università come bene e produzione comune non può che muoversi in ambito europeo. Sarebbe sufficiente stornare il 10% dei fondi dati all’Italia tramite la Politica Agricola Comune (PAC), per disporre di ingenti somme più che sufficienti per avviare un programma di finanziamento adeguato dell’Università. Se a questi aggiungiamo parte dei fondi strutturali già esistenti, si può capire come la costituzione di una ”Cassa Sociale per il Sapere” non è affatto pura utopia.

Noi la (vostra) crisi non la paghiamo!

Si potrebbe obiettare che tali richieste risultano inaccettabili di fronte alla carenza di liquidità che caratterizza la situazione economica indebitata. L’attuale crisi finanziaria ha mostrato che, se la politica lo vuole, la liquidità per creare fondi di garanzia per le istituzioni creditizie e finanziarie è immediatamente disponibile. Il governo Berlusconi-Tremonti parla di circa 80 miliardi di euro, una quota pari a circa il 4% del PIl. Lo Stato italiano spende per l’istruzione universitaria una quota pari allo 0,75% (Miur 2005: L’Università in cifre, Tab. 1.1.2) e per l’intera formazione scolastica l’1,6% contro una media Ocse del 3,1% (Fonte: Ocse, 2007: Education at glance, Tab. B4-1).

Basterebbe la metà di quanto si pensa di mettere a disposizione per salvare le banche Unicredit e Intesa per raddoppiare le risorse per l’Università e la Scuola.



Continua a leggere...

domenica 5 ottobre 2008

Per un uso antagonista della crisi

[Documento sintetico della 2 giorni di discussione tenutasi l’8-9 novembre al csoa Askatasuna cui hanno partecipato realtà antagoniste di diverse città italiane]

Stiamo attraversando un frangente storico in cui la stessa nozione di “fase” (politica, economica) potrebbe presto perdere di senso perché incapace di comprendere e spiegare una temporalità e un orizzonte differenti per natura da quelli che li hanno preceduti. Ci troviamo di fronte ad una crisi ancora non misurabile coi parametri classici e che ci si presenta innanzi (forse per anni) come sfondo normale del nostro vivere e agire politico quotidiano. Una crisi non congiunturale quindi, ma di medio-lungo periodo, strutturale e sistemica. Una crisi formatasi in un contesto di globalizzazione capitalista compiuta, originatasi negli Stati Uniti ma propagatasi viralmente in tutto il globo, creando un sistema deficitario globale che intacca l’Asia e l’Europa, l’Africa e l’America Latina. Nessuno è al riparo dalla crisi, ma non tutti pagheranno gli stessi costi, in termini assoluti e proporzionali. In alcune aree dell’ex-Terzo Mondo gli effetti della crisi sono stati pagati preventivamente con la manifestazione di una crisi alimentare che è già anticipazione di futuri disastri, laddove è la stessa possibilità di sussistenza (cereali come petrolio) ad essere quotata in borsa. Così, a differenti livelli, per quote consistenti di popolazione statunitense è l’intero sistema-Welfare a essere giocato sui tavoli delle roulettes finanziarie attraverso la privatizzazione del deficit spending. In Europa, Asia e Latino America la crisi colpisce con gradi e intensità differenti ma quello che è certo è che non si sta dando alcun decoupling (sganciamento) rispetto ad una crisi che è globale.

Ma di cosa parliamo quando diciamo “crisi”?

Marxianamente, leggiamo la crisi dentro il rapporto sociale capitalista di produzione e riproduzione. Nella sua forma ciclica, il capitalismo alterna periodi di sviluppo e crescita a fasi di recessione e declino. E’ bene ricordare che nel sistema capitalista la crisi non è mai momento accidentale o frutto di singolare malagestione, ma elemento interno e strutturale, momento periodicamente ritornante del suo modo di produzione.

Arma strategica con cui ristabilire nuovi e più schiaccianti rapporti di forza. Addentrandoci nel lessico capitalista possiamo equiparare il termine crisi a “distruzione”, sviluppo a “creazione”. Ma costruzione e distruzione dentro e per il mantenimento di un ordine capitalista, da sempre intrecciate in quella "distruzione creativa" che da attribuzione del singolo capitalista sembra oggi diventata proprietà sistemica.

In una fase ascendente (o di sviluppo), riproduzione sociale e riproduzione sistemica (capitalista) coincidono, il capitale si fa “sociale”. In una fase di declino (o crisi) le loro strade divergono e si dissociano. Le capacità distruttive del capitalismo emergono oggi nello iato che intercorre tra esigenze della riproduzione sociale e costi della riproduzione sistemica. Non è solo che il Capitale si trova oggi ancora una volta a scegliere quali e quanti pezzi di società e sistema distruggere per ricreare un nuovo, più esteso e intensificato, ciclo di accumulazione di ricchezza sotto il segno della legge del profitto.

Questo, lo farà! Per il Capitale si tratta oggi di ripresentare, declinato in forme nuove, un uso capitalistico della crisi all’altezza dei tempi. Ma ciò non toglie che quello iato è divenuto enorme nella forma di una crisi che è contestualmente economica, ecologica, sistemica: una crisi della riproduzione sociale complessiva che fa vacillare ogni misura “anticiclica” tradizionale.

L’ostacolo (per noi occasione?) che il sistema capitalista si trova oggi innanzi è infatti quello di una crisi creata non per fronteggiare un’insubordinazione di classe su larga scala, ma come risultante (sempre di nuovo rimandata) di un lungo processo di creazione di capitale fittizio (cioè virtuale, sganciato da ogni forma sostanziale di ricchezza) che negli ultimi tre decenni ha preso la forma di pura speculazione.

L‘inghippo (per tutti) è che questa economia virtualizzata è legata a doppio filo all’economia reale al punto che interi pezzi della riproduzione sociale statunitense (ma non solo, il virus intacca anche pezzi d’Europa con lo spregiudicato uso dei derivati, ecc.) sono nelle mani della Finanza. In questo senso non si può più parlare oggi di una distinzione netta tra economia reale ed economia finanziaria, nel momento in cui fondi-pensione, bilanci regionali, fondi-cassa di imprese fino ai conti correnti del risparmiatore minuto vengono giocati alle roulettes di un "capitalismo da casinò". Ciò vuol dire che non si può liquidare la faccenda pensando che sia affare di brokers e banchieri. Nel momento in cui le due dimensioni sono intrecciate, i ripetuti crolli delle borse internazionali bruciano con sé – ad ogni picchiata - pezzi consistenti della ricchezza (povertà) complessiva: posti di lavoro, garanzie sociali, beni comuni. E, anche e soprattutto, pongono un’ipoteca ancora più gravosa - coi famigerati “salvataggi” - sulla produzione di ricchezza e sulle relazioni sociali future.

L’orizzonte che si prepara per una parte consistente di umanità è quello di una lotta all’ultimo sangue tra espropriazione capitalistica della vita e fronti di resistenza/riappropriazione/costruzione del comune.

Una ridefinizione dei poteri

Il portato distruttivo di ogni crisi capitalistica non risparmia dal suo campo d’azione – ed è per noi il nodo centrale - anche i rapporti di potere operanti nella società che, come tutto il resto, subiscono delle variazioni e delle pressioni al cambiamento. Non è arduo ipotizzare per i tempi a venire l’emergenza di nuove forme politiche il cui segno non è ancora definito, ma che saranno posta in gioco e campo di battaglia delle forze in campo.

Da molto tempo, la forma politica dell’Occidente capitalista, la democrazia rappresentativo-parlamentare, segna il passo mostrando non poche difficoltà (specie in Europa) a riformare/innovare il sistema. Questo assunto è vero tanto per i movimenti (sociali, di classe) quanto per il comando capitalista. La perdita di legittimità del ceto politico istituzionale radicalizzatasi in questi anni e che abbiamo definito come crisi della rappresentanza altro non è stato che sintomo e primo manifestarsi di una ben più radicata crisi del sistema politico istituzionale nel suo insieme, crisi a suo modo segnalata anche dall’elezione di Obama. Dal punto di vista dei movimenti, la democrazia formale (che è anche l’unica esistente) funge da ostacolo e recupero dentro la compatibilità sistemica di istanze di rivendicazione potenzialmente più radicali; dal punto di vista del comando, è freno e resistenza ai tentativi di innovazione e ristrutturazione di parte capitalista. Anche se, va detto, i due lati non sono simmetrici per i movimenti e i nuovi soggetti potenzialmente antagonisti: che sono alla ricerca di una confusa forma di democrazia “post-politica” in cui tende a venir meno la scissione, propria del movimento operaio tradizionale, tra cooperazione sociale da ricostruire ed autorganizzazione del conflitto.

Una delle ipotesi da considerare è che, dentro questo quadro, un ruolo non minore sarà quello svolto dai ceti medi, da sempre centrali nel garantire la riproduzione sociale complessiva in termini di trasmissione del sapere tecnico-scientifico e legittimazione ideologica del quadro istituzionale.

In cambio di un riconoscimento di status e reddito, questo blocco sociale ha incarnato nel secondo Novecento la desiderabilità del regime democratico, sintetizzato nelle promesse dell’american dream e nelle sicurezze della socialdemocrazia europea.

Oggi questa galassia sociale, tanto mutata e variegata in termini di professioni e funzioni produttive quanto omogenea dal punto vista dei valori e dei riferimenti, sta vivendo un attacco senza precedenti ai propri standard di vita (salari, garanzia di stabilità, accesso ai consumi) e relativa auto-rappresentazione.

Il percepirsi come mera estensione della working class e appendice sacrificabile della riproduzione capitalista potrebbe farne venir meno il ruolo storico di cuscinetto della lotta di classe, soprattutto nella misura in cui la questione del debito e della rendita si porranno sempre più come terreni di scontro piuttosto che di consenso.

L’interrogativo circa il loro comportamento è tanto più importante se consideriamo il precedente storico della crisi del’29, troppe volte citata nei commentari odierni. Nelle tre risposte, pur diverse, a quella crisi (new-deal americano, stato “autarchico” nazi-fascista europeo e socialismo sovietico stalinista) centrale fu il ruolo dei ceti medi, ovunque interpreti e propaganda-vivente del nuovo corso istituzionale.

Alla definizione di un nuove ordine e alla relativa istituzionalizzazione di nuovi rapporti di forza politici ed economici parteciperanno tutti quei pezzi della composizione sociale che penseranno di avere qualcosa da guadagnare (o nulla da perdere) dall’ingaggio nel conflitto sociale.

L’esito di questo processo non è scontato, quello che è certo è che siamo di fronte ad un bivio e ci ritroveremo presto o tardi di fronte a scelte (da ambo le parti) le cui conseguenze saranno notevoli sul piano economico, sociale e politico. Dentro questo quadro, il nodo per noi politico e centrale è - come sempre - quello degli spazi di antagonismo che si apriranno.

Le conseguenze sul quadro internazionale

Globale e sistemica, la crisi non ha tardato a produrre effetti molto concreti a livello proprio di globalizzazione. Le mutazioni dei rapporti di potere prodotti dalla crisi agiscono ed agiranno ad ogni livello: internamente alle singole aree macronomiche e nazionali, tra i poli capitalistici.

La vittoria di Obama negli States è pienamente da leggersi come primo effetto, sul breve periodo, della crisi capitalista globale. Se l’amministrazione Bush fosse riuscita a contenere ancora per qualche mese lo scoppio della bolla finanziaria, oggi non staremmo certo a parlare del “primo presidente afroamericano della storia”. Questo non toglie nulla della spinta al “change” che ha animato il recente voto americano perché, per quanto simulato e contraffatto, lo spettro del conflitto di classe ha segnato le elezioni Usa. Il dato politico significativo dell’evento-Obama è stata la reintroduzione pesante delle tematiche e dei problemi che ruotano intorno al nodo capitale-lavoro, ricchezza e sua redistribuzione.

Come è stato segnalato da più parti, l’insediamento di Obama non potrà non segnare il conflitto sociale dentro i confini americani. Esso segna uno spostamento su un altro piano, se non del conflitto, perlomeno del dibattito politico. La parentesi clintoniana ha prodotto (anche e tra gli altri – dentro un’ovvia continuità neoliberista/imperialista) la "primavera" di Seattle. I risultati della presidenza Obama, come già il contesto più generale, aprono in questo senso prospettive e interrogativi nuovi.

Quello che è certo è che gli Usa non potranno scaricare i costi della crisi interamente sugli altri, come ancora era stato il caso delle precedenti bolle finanziarie: “tigri asiatiche”, “convenzione internet”, ecc… Questo perché, non solo i mercati esteri, ma l’intera riproduzione sociale Usa è in mano alla Finanza, come i casi Enron e il crollo dei mutui subprimes hanno chiaramente mostrato. Ora però l’intreccio tra potenze, stati, banche centrali e sistema della Finanza è talmente profondo e inestricabile che il virus si propaga e riproduce ad ogni latitudine, occupando ogni interstizio economico.

Dentro questo quadro, la questione aperta più scottante (e più sentita dai think tank americani) è quella del destino della super-potenza Usa in termini di egemonia e comando del sistema-mondo capitalista. Se la formazione di un mondo multi-polare conflittuale è il prodotto di un processo di lungo corso, lo spostamento nella leadership capitalistica mondiale potrebbe essere, sul medio periodo, l’esito più diretto di questa crisi: uno spostamento verso Est e l’asse cino-indiano quale nuovo centro mondiale di accumulazione e direzione capitalista che non smette di preoccupare le agenzie e i pensatoi statunitensi. Ambienti in cui, da qualche anno, si parla esplicitamente della possibilità di un “condominio” cino-americano (“Chimerica”) nel quadro di un G2 informale Usa-Cina (ovviamente sbilanciato verso gli Usa).

Schiacciata tra questi due poli, l’Europa: politicamente subalterna al comando atlantico-statunitense (che non ha smesso di indebolirla a mezzo di guerre: dalla Jugoslavia all’Iraq) è però andata consolidandosi come area economica integrata e, in diversi contesti economico-monetari, l’euro viene ora preferito al dollaro come moneta di riserva.

Le stesse aree che un lessico eurocentrico osa ancora definire “emergenti” (quando economie come quella brasiliana hanno tassi di crescita più vicini alla Cina che all’Europa) hanno fatto presente, ben prima degli universitari nostrani, che non intendono pagare loro la crisi. L’America Latina, solo per fare un esempio, va consolidando un processo di integrazione economica continentale che si concepisce ed organizza al di fuori del controllo statunitense.

A pagare i prezzi più alti di questa transizione geo-politica saranno ancora probabilmente le popolazioni di quelle aree del globo al centro degli interessi geo-economici e geo-politici (Medio-Oriente e Asia centrale) mentre l’Africa continuerà ad occupare l’ultimo posto nella geografia politica della globalizzazione.

Il quadro nazionale

I costi della crisi sono già evidenti sul piano nazionale, in un sistema-paese da sempre all’ultimo posto nelle classifiche europee su redditi e capacità d’acquisto dei salari, penalizzato dalle scelte politiche di esecutivi di ogni colore che hanno sacrificato – per anni – i comparti strategici dell’economia nazionale accettando di occupare gli ultimi gradini, a bassa composizione organica di capitale, nel sistema della divisone internazionale del lavoro.

Il dato più interessante che ci consegna questa fase è però quello dell’estrema labilità e precarietà nella stabilizzazione del consenso per governi che vengono a malapena tollerati finché gestiscono il presente, scaricati non appena tentano di imporre misure antipopolari. Quanti già annunciavano il compiersi irreversibile di un fascismo post-moderno, si sono dovuti ricredere di fronte alla risposta massificata e capillare dei conflitti cha hanno attraversato il sistema della Formazione. Ben diversamente dal proclamato decisionismo, il governo Berlusconi tentenna, come i suoi predecessori, in una mera governabilità dell’esistente. L’uso manu militari della Forza pubblica è stato tanto velocemente minacciato quanto prontamente ritirato da un esecutivo paralizzato dalla tirannia del consenso mediatico. La cosa è stata vera, solo per fare alcuni esempi, tanto per il movimento dell’Onda quanto per il No Tav.

Probabilmente i soggetti sociali su cui sarà più facile scaricare tensioni sociali e pruriti securitari saranno ancora una volta i migranti (specie se “clandestini”). Anche qui però, a prevalere non è l’acquiescenza né l’accettazione: le spinte soggettive messesi in moto dopo l’assassinio di Abba e la semi-insurrezione di Castelvolturno sono segnali importanti. La risposta corale della scuola primaria alla provocazione delle classi ponte, la presenza massiccia delle donne migranti alle manifestazioni contro la "legge Gelmini" sono lo specchio rovesciato e il più sicuro antidoto alle tendenze xenofobe e populiste che covano in sacche rancorose di popolazione.

Il movimento "No Gelmini" che ha acceso l’autunno sorge e si colloca lungo questo orizzonte al tempo stesso contradditorio e potenziale. La spinta iniziale alla mobilitazione è provenuta dal connubio genitori-insegnanti, dalla percezione precisa dell’impatto biopolitico della riforma, nella misura in cui questa giungerebbe a stravolgere i precari equilibri che tengono insieme tempi di vita, di cura e di lavoro nell’epoca della precarietà diffusa. Una protesta in larga parte spontanea e partita dal basso, autonoma e non di rado insofferente dei macchinosi tempi sindacali, incalzati e letteralmente spinti alla convocazione dei pochi scioperi da una base che ha mostrato di avere vedute più ampie e bisogni più alti.

Da parte governativa, il provvedimento è così direttamente figlio della crisi che esplicita senza pudori la necessità di “fare cassa”, la violenza ineluttabile e “normale” della razionalità economica. Lo sguardo miope del commercialista sottende però la finalità politica di una ri-articolazione gerarchica del sistema-formazione lungo le linee della classe, del genere e del colore. Una riforma classista perché nega una volta per tutte la Formazione come bene comune, istituendola come merce al tempo stesso svalorizzata e cara, la cui qualità è direttamente proporzionale al prezzo che si è disposti a pagare. Sessista perché tendente a ricollocare la donna nella sfera domestica della cura, relegando il compito della riproduzione all’istituzione-famiglia, con tutto ciò che esso comporta in termini di addomesticamento delle libertà e dell’emancipazione femminile.

Razzista perché dietro l’istituzione di classi separate (o ponte, fintamente “integratrici”) si cela una volontà politica di educazione alla subalternità della forza-lavoro migrante fin dalla più tenera età.

Se la Scuola è sempre stata un apparato ideologico di formazione/disciplinamento/controllo del corpo sociale complessivo – nessuna nostalgia quindi per un “pubblico” declinato innanzitutto come “statale” – la "riforma Gelmini" segna il definitivo completamento di un progetto di lungo corso del comando capitalista, volto allo svuotamento delle potenzialità di soggettivazione politica di massa, sganciata dal ciclo della valorizzazione capitalista, che la Scuola da sempre riveste.

Sollevatasi dopo la scuola primaria, l’Onda universitaria ha qualificato soggettivamente e politicamente l’opposizione sociale alla legge, intuendo nello slogan “Noi la crisi non la paghiamo!” il nesso profondo che lega politica nazionale dei tagli e crisi internazionale di sistema; la popolarità e velocità di propagazione e riproduzione del messaggio sono segnali precisi di una indisponibilità popolare diffusa a pagare i costi sociali della crisi.

La mobilitazione, dentro e oltre l’Università, ha attivato energie sociali inedite, salutando la nascita di una nuova generazione politica che assume - ma non per questo accetta - la precarietà come orizzonte esistenziale di un futuro incerto già prefigurato nel presente. Un movimento che ha messo le mani avanti e precisato, a partititi e sindacati, il suo carattere orgogliosamente irrappresentabile, determinato e unito nel respingere ogni tentazione di autonomia del politico quanto molteplice nella composizione e variegato nelle forme espressive. Un movimento compiutamente “post-ideologico” si è detto, già tutto proiettato in avanti nel percepirsi come pura forza-lavoro intellettuale senza futuro. Una ricchezza che può trasformarsi in limite se il disconoscimento radicale della delega si trasforma in rifiuto della relazione politica in astratto, del momento politico "tout court".

I limiti e le difficoltà dell’Onda sono però quelli connaturati ad ogni movimento nuovo e spontaneo. Il paradosso che li attraversa è quello di abitare lo spazio deserto, incerto e potenziale della crisi restando ancora ostaggio delle sovrastrutture ideologiche del discorso pubblico “democratico” e “legalitario”. Un campo popolato da intellettuali di corte che additano nella corruzione la causa degenerativa di un sistema altrimenti equo e riformisticamente perfettibile. Retoriche che naturalizzano il carattere invece politico e storico del comando di classe, veicolando una interpretazione a-storica ed immutabile dell’organizzazione sociale, come se le leggi non fossero il prodotto di rapporti di forza sempre precari, ma tavole bibliche scolpite nella roccia.

Proprio quando la legittimità del sistema vacilla, aprendo scenari di radicalizzazione dello scontro e possibilità reali di trasformazione, questi professionisti dell’addomesticamento (che occupano il campo vasto e ambiguo della “società civile” e dell’ “opinione pubblica”) confondono gli obiettivi, riducendo l’ampiezza della questione sociale a banalità di cronaca penale. Smascherarne il ruolo di difensori dello status-quo, ricentrando il dibattito politico sulle cause strutturali e sistemiche della sperequazione sociale, deve allora diventare compito non secondario delle soggettività antagoniste.

Nella parzialità metodologica del nostro punto di vista antagonista, non si tratta tanto di confrontare le forme dei movimenti sorgenti con le nostre aspettative, quanto di pensare per movimenti futuri, cogliendo nell’involucro del presente i nodi centrali dei conflitti di domani. Il movimento dell’Onda e quelli raccoltisi negli ultimi anni intorno alla difesa di territori e beni comuni, hanno iniziato a fornire gli spunti di una tendenza più generale che mette al centro dell’azione politica una miscela inedita di antagonismo e (contro) cooperazione, in cui il momento del conflitto è sempre accompagnato da pratiche costituenti di alternativa, al di fuori però di una qualunque mediazione istituzionale risolutiva. Diventa allora perdente e contro-producente ritentare percorsi già provati nel passato e rivelatisi fallimentari, smaniando di trovare una sponda politica costi quel che costi, magari nelle porosità eretiche del Pd di oggi in sostituzione di quelle verdi, rosse e arcobaleno di ieri. Necessario diventa invece scommettere a tutto campo sui percorsi di mobilitazione sociale sprovvisti di rappresentanza politica che la macchina della crisi continuerà a tracimare.

Agirne le ambivalenze e potenziarne la conflittualità in direzione anti-capitalistica e anti-sistemica è l’unica strada percorribile per un antagonismo all’altezza dei tempi, affinché “Noi la crisi non la paghiamo!” non resti solo uno slogan, ma la coordinata di partenza di un necessario programma di riappropriazione della ricchezza sociale.

Antagonist* contro la crisi - Novembre 2008

Continua a leggere...

Appello dell'Onda Anomala torinese verso il 6 dicembre (primo anniversario rogo Thyssenkrupp) e lo Scioper generale del 12 dicembre!

La crisi economica avanza e i surfisti dell’Onda Anomala torinese alzano la cresta, saltano i recinti, rinascendo altrove, oltre se stessi! Noi studenti e studentesse in rivolta da tre mesi contro la legge Gelmini e i tagli alla Scuola, all’Università e alla Ricerca sin dall’inizio avevamo intuito la gravità della prospettiva profilata dal progetto sociale del Governo, un progetto che oggi perde il velo di fronte all’allarme della crisi economica che mette insieme tutte e tutti: studenti con operai e precari, maestre e docenti con i dipendenti pubblici, i migranti e le famiglie.

Una generazione che si credeva assopita e narcotizzata dalle pubblicità ha alzato la testa contro il programma di distruzione fraudolenta dettata dai tagli dei ministri Tremonti e Brunetta dietro la quale si nasconde un preciso disegno sociale: quel progetto criminale dal profilo fortemente piramidale e di inclusione differenziale a tutti i diritti sociali (Istruzione, Sanità, diritti sindacali, ammortizzatori sociali) che oggi trova un incredibile fronte d’opposizione, una opposizione sempre più ampia e trasversale capace di straripare oltre i propri confini.

E’ per questo che chiamiamo tutte e tutti allo sciopero generale del 12 dicembre, per questo da più di un mese l’Onda torinese è emigrata oltre se stessa, verso il tessuto metropolitano, andando davanti ai luoghi di lavoro, alle porte di Mirafiori, nei quartieri popolari, arrivando nei call center, verso tutte le fabbriche della precarietà. Così tutti i giorni cerchiamo di dare coraggio e voce alle vittime delle scelte scellerate di questo Governo, a tutti i deboli esclusi dai diritti e colpiti per primi dalla crisi. Ci sostiene la convinzione e il coraggio di chi sa di aver ragione e di avere tutto da guadagnare e nulla più da perdere.

A Torino le fabbriche chiudono, gli operai vanno in cassa integrazione, i precari vengono licenziati dalla sera alla mattina e il disagio sociale cresce; aumentano le code alle porte delle mense per i poveri, alla stazione di Porta Nuova e nei quartieri popolari si riorganizza la vita degli strati più colpiti attraverso azioni di solidarietà sociale e mutualismo, mentre le assemblee degli studenti si trasformano in punti privilegiati per lo sfogo, diventano luoghi di scambio e di raccolta di esigenze e cantieri di costruzione di alternative ed elaborazioni politiche capaci di saldare il patto d’acciaio tra studenti e lavoratori verso un fronte unico.

Questo presente precario e incerto che coinvolge tutte e tutti ci ha fatto incontrare attorno ad un Noi collettivo. Non ci sarà un futuro per noi tutti se non avremo il coraggio di costruirlo insieme! E di costruirlo adesso!

La dura realtà di un Paese messo in ginocchio nel presente e depredato della possibilità di un futuro dignitoso nelle prospettive e nella vita di ogni giorno ha finalmente messo in mutande il re! Lo slogan “Noi la crisi non la paghiamo!”, urlato nelle piazze, ha rotto i recinti e attraversato i muri che separano le scuole e le università dalla società: noi studenti, noi precari della Conoscenza e della Formazione, noi Generazione "no-future", con il coraggio di un nuovo protagonismo abbiamo preso nelle mani il nostro destino decisi a non delegarlo mai più ad altri; non disposti, a nostre spese, a salvare il "culo" dei responsabili della crisi.

Non salveremo le loro banche, non aiuteremo la Confindustria, non aiuteremo la demagogica pace sociale di questo paese che per troppo tempo ha messo a tacere le esigenze e i bisogni reali di un’Italia intera. Non riconosciamo rappresentanze, non abbiamo governi amici, elogiamo l’irriverenza verso la "casta" dei politici e dei colletti bianchi indifferenti e prepotenti, pronti solo a chiacchierare di facili soluzioni nelle trasmissioni in tv dall’alto dei Palazzi e dai caldi e comodi sedili delle loro auto blu. Senza una vera politica sociale non ci può essere alcuna pace sociale!

Per questo, il 6 dicembre contro le morti bianche per non dimenticare Vito Scafidi e le vittime della tragedia di un anno fa alla Thyssenkrupp, saremo in piazza per rivendicare legalità e sicurezza a scuola e sui luoghi di lavoro e il 12 dicembre invitiamo tutte e tutti alla mobilitazione generale!

Continua a leggere...